La luce al neon si conforma all’ambiente in modo estremamente diverso da quello di una comune lampadina; lo si nota osservando le ombre sulle pareti e lo sfumare della luce nel buio. Anche il colore dell’aria è diverso. Il modo in cui si diffonde fa sembrare tutto più morto.
La luce del neon è una luce morta.
U. guardava la televisione. Svogliato, lanciava spesso occhiatine verso il cellulare. Spingeva qualche tasto, disinseriva il blocco tastiera, controllava l’ora, ribloccava la tastiera.
- Cosa ci troveranno mai in questi film “pulp”.
Spense la tv e afferrò deciso il telecomando dello stereo. Le mura della stanza vibrarono instantaneamente, adattandosi alle frequenze della voce di Rita Reys.
La voce di Serena gli mancava. Gli mancava ogni volta che ascoltava un disco della Reys, quando sentiva la voce di Billie Holiday o Eva Cassidy. Pensò di chiamarla. Un pensiero che gli veniva in mente solo di tanto in tanto e che in realtà non bastava affatto a farlo sentire meglio, nè a fornirgli l’illusione di colmare una distanza.
- ho fatto - Annie si affacciò dalla porta del soggiorno - Quando vuoi, sono pronta.
U. Si stiracchiò. Alzandosi dalla poltrona provò l’istinto irrefrenabile di rigettarsi all’indietro sui cuscini. Abbassò le spalle, stringendosi un po’ in avanti, si diede una grattata energica alla testa e si diresse nella stanza accanto.
La luce dello schermo illuminava flebilmente il viso di Annie, la quale era intenta a seguire ogni battito di tastiera iprimersi sullo sfondo blu. La ragazza era molto bella quando era assorta, ma U., seppure lo notò, non si soffermò a pensarci.
- Ascolti ancora questo vecchiume? - Il naso appuntito e impertinente di Annie si arricciò, sollevando lievemente la montatura degli occhiali.
- Non è “vecchiume”. E’ jazz.
- Ma dai, ‘sta roba avrà almeno 50 anni."
- Questo disco ne ha appena 30, a dire il vero. Ad ogni modo ciò che tu chiami “vecchiume” ha inspirato gran parte della musica degli ultimi 70 anni, per tua informazione.
- Hey, hey! Tranquillo eh... I gusti sono gusti! –Annie sorrise, compiaciuta per aver suscitato lo sdegno di U.. – Ad ogni modo, ecco il programma. C’è voluto un po’ per caricarlo. Il sistema bloccava ogni firma non riconosciuta...
- Lo so, lo so. Quanto ti devo per questo lavoretto?
- Scherzi? Dopo quello che hai fatto per me?
U. lanciò un’occhiataccia ad Annie.
- Risparmiami le tue manfrine. Oggi non ho tempo da perdere. Allora, quanto?
- Sei di cattivo umore?
- No, voglio solo mettermi subito a lavoro. Prima finisco, prima mi pagano.
La giovane rise, ma era evidente che i suoi occhi erano privi di qualsiasi allegria.
- Va bene, facciamo 100, stavolta. Ultimamente mi sembra che te la passi male. Non posso rischiare che uno dei miei migliori clienti vada fallito.
U. portò la mano al portafoglio e porse una banconota verso la ragazza. Per qualche istante ella spostò lo sguardo in direzione della libreria affianco al computer.
- Non vuoi nemmeno che ti mostri come funziona?
U. rimase immobile. La banconota che teneva stretta tra indice e medio oscillò sospinta dall’aria del condizionatore.
Annie fissò l’uomo negli occhi, senza parlare. Poi afferrò i soldi e si allontanò.
- Ricordati di non usare droghe quando programmi. Ti ho già detto delle conseguenze.
La porta si richiuse dietro alle sue spalle e l’antifurto si autoinserì con un semplice ‘bip’.
Ora Diana Krall diffondeva incontrastata la sua voce per l’appartamento, alternata solo da alcune delle sue nostalgiche ed eleganti note di pianoforte.
U. si sedette di fronte allo schermo. Rimase con la gamba destra in tensione, come indeciso tra l’accomodarsi sulla sedia e il restare in piedi. Senza spostare lo sguardo dallo schermo, allungò il braccio sinistro e richiuse le tapparelle. La stanza calò nel buio, privata dei fasci di luce provenienti dalla strada. Il ronzio delle ventole dei computer sembrò inghiottirlo nella notte per pochi, infiniti attimi.
Il videotelefono squillò.
- U.?
- Sì pronto, Delf?
- Proprio così. Accetti la richiesta video o dobbiamo continuare a parlare con uno schermo nero?
- Scusa, ho provato a chiamarti l’altroieri, ma non eri in casa e dopo...
Lascia stare – lo interruppe Delf. L’accento del ragazzo era buffo. La voce era vagamente stridula e dall’andamento claudicante. Nonostante avesse appena 27 anni, si sarebbe quasi detta quella di un uomo di mezz’età - Com’è andata poi con quella storia?
Lo schermo s’animò con un piacevole effetto di transizione, dipingendo il viso caucasico di Delf. Le sopracciglia folte e gli zigomi alti erano bene in mostra in uno sgradevole primissimo piano.
- Tutto bene. Hanno pagato alla consegna, ma non non voglio più lavorare per quella gente.
- Esagerato. Il lavoro è lavoro, quante volte te lo devo dire?
- Annie è appena andata via. – la voce di U. suonava atona. - Ho il D.M.C. installato. Ha dovuto cambiare i chip, come pensavo.
- U., non capisco perchè non te li fai da solo questi lavoretti. Voglio dire, ne sai cento volte più di quella ragazza. La tua pigrizia non ha limiti!
- Tua madre sa fare la lavatrice?
- Eh?
- Tua madre sa fare la lavatrice?
- Sì, certo. Perchè?
- E fa la lavatrice sempre, tutte le settimane?
- Perchè me lo chiedi?
- La fa o no?
- No, c’è la signora che viene da noi. Ci pensa...
- Ecco. Tua madre sa fare la lavatrice, ma paga una persona per farla. Io so installare un D.M.C., ma preferisco sedermi in poltrona, farmi un po’ di alcohol in polvere e pagare Annie. Compro tutto da lei e mi fa un buon prezzo per il montaggio e l’installazione, quindi perchè fare un lavoro che non è il mio quando ho i soldi per pagarla?
- Senti, lasciamo perdere. Piuttosto dimmi se l’hai provato e come ti ci trovi.
In quel momento la comunicazione si interruppe ed il volume dell’impianto stereo sì rialzò automaticamente. U. riattaccò interdetto.
- FINE PRIMA PARTE -